Industria italiana, un altro addio?

Mai come in questo caso, i giudizi su una fusione sono stati così discordanti; ci riferiamo, ovviamente, al recente accordo (ancora in fase di perfezionamento, peraltro) tra FCA e PSA.

C’è chi dice che i francesi di PSA abbiamo comprato gli italiani, c’è chi sostiene che l’affare l’abbia fatto FCA e chi, invece, ritiene che una fusione fosse inevitabile. Prima che l’accordo venisse annunciato, FCA capitalizzava 18,5 miliardi (anche per effetto di un significativo calo delle quotazioni negli ultimi sei mesi) mentre PSA veniva valutata 22,5 miliardi. Specchio di una situazione industriale che nei primi sei mesi del 2019 ha visto PSA vendere 1.903.370 vetture contro le 1.157.000 di FCA; nello stesso periodo PSA ha fatturato 38,3 miliardi di euro contro i 26,7 di FCA con un risultato operativo di 3,338 miliardi contro i 1,527 miliardi di FCA.

Non sono sicuramente numeri che giustificano un matrimonio alla pari ma, si sa, quando una società ne compra in toto un’altra, deve sempre concedere un premio che può variare dal 20 al 40% a seconda delle situazioni. In questo caso se l’accordo si chiuderà in maniera paritetica (nel senso che ciascuna azione PSA o FCA varrà una azione della futura società) significa che ai soci di FCA verrà riconosciuto un premio di oltre il 30%.  Valore che le quotazioni azionari stanno già scontando, con un calo delle azioni PSA e un forte balzo di quelle di FCA. Ma non solo. Elkann & Co. sono riusciti ad ottenere un dividendo straordinario di ben 5,5 miliardi, oltre allo scorporo di Comau, valutata in passato sino a 1,5 miliardi. Insomma, altri (tanti) miliardi che evaporano dal patrimonio di FCA per finire nelle tasche degli azionisti. Per contro i francesi scorporeranno Faurecia che vale circa 2,9 miliardi. Fin qui le cifre.

Ma se, come si dice, la fusione sarà paritetica, come farà PSA a comandare nella nuova società? Semplice: per i primi cinque anni il CdA sarà composto da 5 membri nominati da FCA (con Elkann presidente della società) mentre 6 membri saranno designati da PSA (con Carlos Tavares come CEO). Insomma, l’ultima parola l’avranno sempre i nostri cugini.

Alla fine, quale che sia il valore di FCA, i francesi si ritroveranno – senza aver sborsato un Euro – con una società quasi due volte più grande, una società in grado di competere alla pari sui mercati globali.  Non male. Da parte loro gli azionisti FCA avranno tratto il massimo profitto finanziario da questa operazione, nonché passato di mano una “patata bollente”, quella dell’elettrificazione, che richiede pesanti investimenti e che non li aveva certo visti protagonisti in questi anni, al punto che, lo scorso aprile, FCA era stata costretta a siglare un accordo con Tesla per compensare le emissioni inquinanti delle proprie auto, sborsando alcune centinaia di milioni ed evitando così sanzioni molto più pesanti.

Bene, dunque, per PSA e per l’azionariato di FCA. Ma c’è qualcuno che uscirà con le ossa rotte da questa fusione? La risposta non è difficile viste le premesse e visto anche il comunicato nel quale si valuta in 3,7 miliardi i risparmi per future sinergie.

Quando si parla di sinergie si intende la chiusura di impianti e lavorazioni che possono essere garantiti da altre risorse presenti all’interno del nuovo gruppo. Così come il taglio di modelli troppo simili. E quali sono i marchi e i modelli che si assomigliano di più? Sicuramente quelli di fascia media e quelli più “generalisti”, ovvero Fiat, Peugeot e Citroën. Tra questi modelli (e le rispettive fabbriche) c’è da aspettarsi una bella sforbiciata. Ma se il controllo della società è nelle mani dei francesi, dove avverranno i tagli? La risposta è ovvia, e per questo motivo abbiamo, già nel titolo, scritto di un altro pezzo dell’industria italiana che probabilmente è destinato a sparire. Nella speranza che anche COMAU non “prenda il volo” come Magneti Marelli.     

Quali azionisti FCA non possiamo che essere contenti dei tanti soldi che l’attuale management ci ha regalato e ci regalerà quest’anno mentre, come italiani, non crediamo che questa politica (industriale?) possa contribuire allo sviluppo del nostro Paese.

Certo, Exor è ormai una realtà globale sempre più orientata al mondo dei servizi e della finanza; non dobbiamo dimenticarci, tuttavia, che per il nostro Paese l’Industria rimane la principale fonte di reddito. Siamo, siamo stati, e continueremo ad essere un Paese “trasformatore” ovvero un paese basato sull’industria manifatturiera. 

E da questo punto di vista gli esempi di una corretta politica industriale e adeguata gestione delle risorse non mancano, anche nell’ambito di partnership tra Italia e Francia, come da anni testimonia, ad esempio, STMicroelectronics.

 

 

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